«Abbattimento delle clausole di salvaguardia, riforma della regola del 3% deficit/Pil, interventi fuori dal Patto di Stabilità. Per il presidente di Confapi, Maurizio Casasco, le piccole e medie imprese vanno aiutate anche sospendendo le regole europee. « Defiscalizzare va bene, ma ora serve soprattutto liquidità»

 

«Rivediamo il Codice degli Appalti, sblocchiamo i cantieri già finanziati. E serve più flessibilità sul lavoro»

«La catena di comando si è rivelata molto lunga, è mancata una comunicazione univoca che salvaguardasse il Paese e l'economia» di Antonella Baccaro

 

«Prima di tutto, spegnere « l'incendio». Maurizio Casasco è un medico prima ancora di essere imprenditore e presidente della Confapi, la Confederazione italiana piccola e media industria privata che associa 83 mila imprese con 800 mila addetti. Per questo, in piena epidemia di Coronavirus, non si limita all'analisi economica. «Se c'è un incendio in una foresta, la prima cosa è procurarsi dei Canadair per domarlo. Qui abbiamo un'epidemia: servono, come dico da tempo, misure eccezionali per contenere il contagio. E siamo in ritardo».

Colpevolmente?

«Da quando la Cina ha elevato l'allarme, ci siamo illusi che il virus non arrivasse, impiegando 20 giorni per organizzarci. La catena di comando si è rivelata molto lunga, è mancata una comunicazione univoca che salvaguardasse il Paese e la sua economia».

Si è sottovalutato il rischio?

«E si continua a farlo: qualcuno pensa che il contagio non possa espandersi al Sud? Succederà se non prendiamo le opportune precauzioni. E intanto da una nostra indagine sulle associate risulta che le imprese stanno perdendo commesse e forniture, e di queste ultime stanno crescendo i prezzi. Esiste ormai un problema reputazionale».

Difficile invertire l'attuale narrazione.

«Ho apprezzato molto che il presidente della Repubblica sia intervenuto. Occorre evidenziare i punti forti del Paese: il nostro sistema di prevenzione dovrebbe essere di esempio al mondo, invece passiamo per gli "untori"».

Ma cosa si può fare in concreto?

«Come dicevo: prima di tutto spegnere l'incendio. Questo virus ha una bassa letalità e un'elevata capacità di contagio: dobbiamo evitare che si propaghi o il nostro sistema sanitario, per quanto imponente, non reggerà».

E quindi?

«Aziende, scuole e uffici devono seguire dei protocolli precisi dettati da un decreto. Bisogna rendere supersicuri i luoghi di maggior contagio».

Come si fa a renderli supersicuri?

«Attraverso la sanificazione e l'utilizzo di norme di igiene quotidiane che prevedano come deve avvenire la pulizia di tutto, dai pavimenti alle scrivanie. Punto per punto».

Ma in Italia scarseggia persino l'Amuchina e le mascherine le stiamo importando dal Sudafrica.

«Quello che il governo dovrebbe fare è mettere a lavoro le aziende e le farmacie che producono questi presidi sanitari giorno e notte. Le si aiutino economicamente, si stabiliscano dei turni straordinari di lavoro con i sindacati. Siamo in "guerra" contro il virus che è più veloce e non aspetta».

Il Garante della Privacy ha richiamato i datori di lavoro che raccolgono informazioni su eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti.

«Un'assurdità. Ripeto: nelle situazioni di emergenza le regole vanno adeguate. La salute viene prima».

Veniamo alle misure economiche necessarie. Quelle messe in campo dal governo la convincono?

«In parte. Giusto defiscalizzare e decontribuire, ma alle aziende serve liquidità e il sistema bancario non regge da solo. Si defiscalizzino gli investimenti dei fondi. Rivediamo il Codice degli Appalti, sblocchiamo i cantieri già finanziati. E poi occorre più flessibilità del lavoro».

Un esempio?

«Per tutto il tempo dell'emergenza va modificato il decreto Dignità sulle causali a tempo determinato e la disciplina dei voucher».

I 7,5 miliardi messi in campo dal governo basteranno?

«È una misura tampone. Con la crescita prevista che si azzera, la manovra non può essere inferiore ai 15 miliardi».

Bisognerà intendersi con l'Europa.

«Siamo il Paese in maggiore emergenza? Allora l'Ue deve fare di più per aiutarci. Abbattiamo le clausole di salvaguardia, rivediamo la regola del 3% deficit/Pil, mettiamo tutti gli interventi fuori dal Patto di Stabilità. E i fondi che l'Italia versa all'Ue ritornino nel Paese con destinazione vincolata al superamento della crisi».

Prima o poi, l'emergenza finirà. Cosa servirà per ripartire?

«Un ministro per il Futuro».

Un altro centro decisionale?

«In questi anni i governi si sono curati di gestire le emergenze. Ma su tutti i temi che riguardano lo sviluppo del Paese serve una visione di lungo termine».

Si spieghi meglio.

«Faccio un esempio concreto. Troppo spesso il nostro Paese ha accettato in sede internazionale decisioni che poi si sono rivelate controproducenti».

Tipo?

«Mi viene in mente la messa al bando delle fonderie di ghisa la cui produzione abbiamo lasciato alla Cina, da cui ora ci approvvigioniamo. Come se l'inquinamento di quel Paese non ci riguardasse. E smettiamola anche di finanziare con i nostri soldi il taglio del cuneo fiscale di alcuni Paesi europei, dove poi altri vanno a delocalizzare. Spero che qualcuno si occupi di questo quando sarà il momento».

A tutto export Secondo un sondaggio del Centro-studi Confapi sulle imprese associate, il 61% è presente sui mercati esteri. Il 60% di queste aziende realizza fuori dai nostri confini tra il 25% e il 50% del proprio fatturato. Per un altro quinto le esportazioni incidono sul fatturato addirittura tra il 50% e l'80%. La principale destinazione è I'Ue

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