L'INTERVISTA Maurizio Casasco
«Meno tasse e più liquidità o chiudiamo»
Il presidente di Confapi: «Scadenze fiscali slittino di mesi. Un ruolo per Cdp»

Dottor Maurizio Casasco, presidente di Confapi, come si è giunti all'intesa sul decreto che blocca le attività produttive?

«Abbiamo avuto atteggiamento di responsabilità in linea con le altre parti sociali di salvaguardia della salute delle persone e di tutela delle attività economiche».

Restano alcuni problemi?

«Dobbiamo pensare al sistema Paese per un motivo di uniformità. Non ci possiamo permettere una concorrenza economica fra imprese di Regioni diverse: c'è un paese solo. Già abbiamo consentito ai clienti stranieri di cambiare fornitore per la situazione di emergenza, ma non possiamo permetterci di una concorrenza interna che sarebbe un problema sociale ed economico difficile da gestire».

Qual è il compromesso che state cercando di raggiungere?
 
«Al governo e alle Regioni del Nord abbiamo manifestato di essere pronti a fare un sacrificio per almeno due settimane. Comprendiamo la necessità di emanare il decreto a mercati chiusi, ma stamattina è evidente che ci saranno problemi di attuazione. I sistemi vanno fermati, le merci arrivano ai cancelli, i committenti possono chiedere il pagamento di penali su ordini già effettuati. Abbiamo chiesto uno slittamento di 2-3 giorni per chiudere le attività. Inoltre abbiamo chiesto la possibilità di effettuare alcune manutenzioni al di là dei codici Ateco, che sono datati ma sono una base di partenza».

Cosa serve per la «fase 2»?

«Abbiamo chiesto con forza, prima della decisione della Bce, la sospensione delle regole contabili Ifrs9 per dare alle aziende piccole e grandi la possibilità di non vedere i propri debiti classificati come sofferenze probabili a causa della mutata situazione macro economica. Questo ha evitato una stretta sulla liquidità, ma poi serve un tavolo con l'Abi, l'Associazione bancaria italiana, per dare liquidità alle aziende».

Cosa avete chiesto al governo?

«Emanare un decreto per far slittare gli adempimenti fiscali di qualche mese quando ci sarà la ripresa delle attività economiche, non di qualche giorno o settimana. Le aziende stanno collassando e dobbiamo dare loro garanzia che ci sarà un allungamento degli oneri fiscali. Inoltre, si potrebbero calcolare le imposte sul margine operativo lordo (differenza tra fatturato e costi, ndr) di marzo e aprile 2020 e non del 2019, cioè il periodo in cui saranno chiuse».

Avete un'altra proposta?

«Cambiare le regole dell'Aiuto alla crescita economica (Ace) defiscalizzando non solo gli aumenti di capitale ma anche il riporto degli utili a riserva, coinvolgendo così anche le piccole e medie imprese. Visto che le aziende sono sotto capitalizzate, bisogna aiutarle. Infine siamo d'accordo con il rafforzamento del golden power perché, con questa situazione, le altre economie faranno shopping in Italia».

Le imprese potrebbero licenziare alla riapertura in quanto sarà difficile uscire dalla crisi.

«Dipenderà dagli interventi che il governo attuerà. Se le aziende avranno la possibilità di accedere alla liquidità, ad esempio tramite Cassa Depositi e Prestiti o il Fondo di garanzia, se le scadenze fiscali saranno allungate, non c'è nessuna impresa che rinuncerà a un dipendente che ha formato al proprio interno. Gli ammortizzatori sociali da soli non bastano. Come diceva il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio nel 1945 "prima le industrie e poi le case”».