Intervista Maurizio Landini
«Recovery, occasione storica ora il sindacato va coinvolto»
 
RINNOVO DEI CONTRATTI: NON SOLO SALARI PER GLI STATALI PRONTI A DISCUTERE DI EFFICIENZA. CONFINDUSTRIA SBAGLIA CONFAPI SCEGLIE IL DIALOGO
 
Corrado Castiglione
 
Segretario Landini, lei sarà a Napoli domani per questa grande manifestazione con la quale il sindacato vuole rilanciare nel Paese la questione lavoro. Tra le motivazioni fondamentali lei ha rivendicato la centralità e un maggiore coinvolgimento del sindacato? Perché? Cosa rimprovera al governo e alle imprese?
 
«In questa fase avvertiamo che nel nostro Paese c'è sia la necessità di unire e di discutere. In gioco non c'è solo il bisogno di affrontare l'emergenza, ma anche l'urgenza di costruire un nuovo modello sociale. È evidente che per fare questo, per progettare e per pianificare gli investimenti è necessaria la partecipazione del mondo del lavoro e mettere così in condizione le organizzazioni sindacali di svolgere la propria rappresentanza. Qui sono due i temi».
 
Quali?
 
«Uno riguarda l'utilizzo delle risorse europee: sia i fondi del Recovery fund, sia quelli 2021-2027, sia quelli stanziati per la Coesione sociale. Di fronte a questo è il momento di avere un progetto nazionale che individui le infrastrutture materiali, sociali, digitali che possano permettere a tutto il nostro Paese, a partire dal Mezzogiorno, di essere connesso e di crescere. Così come è il momento di fare scelte di investimento su alcune priorità di fondo: c'è la questione della Sanità pubblica e dell'investimento sul territorio (quindi non solo nuovi ospedali e nuovi posti letto), perché sia rafforzata la prossimità del servizio sanitario alle famiglie, alle persone, alle case. Allo stesso tempo è necessario un investimento straordinario e strategico che riguardi l'istruzione, la formazione, la scuola: sia su un piano edilizio per mettere le scuole nella condizione di essere utilizzate, penso a nuovi plessi, penso a nuovi asili, sia sul piano di una riforma strutturale e complessiva del sistema scolastico».
 
Vale a dire?
 
«Obbligo scolastico fino a18 anni, investire sull'università, far diventare la formazione un diritto soggettivo permanente che le persone possano esercitare nell'arco della propria vita e nel proprio tempo di lavoro. Ma l'utilizzo delle risorse europee è solo uno dei temi, c'è poi l'altro».
 
Prego.
 
«Mettere al centro il lavoro vuol dire anche combattere e superare le leggi sbagliate che hanno determinato una precarietà senza precedenti. Vuol dire invertire sulla contrattazione collettiva, al contrario di ciò che sta facendo Confindustria. Per fortuna altre associazioni, ad esempio la Confapi, hanno scelto la strada del confronto».
 
Cosa contesta a Confindustria?
 
«Nei fatti sta rendendo difficile il rinnovo dei contratti nazionali e alcune posizioni assunte penso al blocco che c'è nel rinnovo del contratto della sanità privata, a quello che accade negli alimentaristi e nel settore legno rischiano di mettere in discussione l'esistenza stessa dei contratti nazionali, cosa che noi consideriamo non accettabile per i lavoratori e sbagliata anche per il sistema dell'impresa. Ecco quello che rivendichiamo sono sedi in particolare con il governo in cui ci si possa confrontare, scegliere le priorità e poter essere soggetti coinvolti: sia nella fase di progettazione che di monitoraggio e gestione di un nuovo modello di sviluppo».
 
Il sindacato pone l'attenzione al rinnovo dei contratti, a cominciare dai dipendenti pubblici. Spesso si parla tanto dell'aspetto salariale: non trova che questa sia anche la formidabile occasione per chiedere alla Pa garanzie di maggiore efficienza e produttività?
 
«Sicuramente sì. Infatti noi non pensiamo al rinnovo dei contratti come una semplice questione di redistribuzione salariale. Esiste nel nostro Paese una questione salariale: non a caso noi stiamo chiedendo una riforma fiscale che riduca il carico sul lavoro dipendente e che sperimenti in questo periodo anche una tassazione agevolata degli aumenti nei contratti nazionali. Chiediamo una riforma che più in generale combatta l'evasione fiscale, allarghi la base imponibile, che regolamenti anche in una dimensione europea, e introduca un sistema fiscale che aiuti le famiglie. In questa fase i contratti nazionali di lavoro devono anche svolgere la funzione sul terreno della formazione, dell'organizzazione del lavoro, della professionalità delle persone, degli orari e dei tempi di lavoro. La scarsa efficienza e scarsa produttività non sono legate al fatto che la gente lavori poco e abbia salari alti, perché noi siamo il Paese che ha gli orari medi più alti d'Europa e i salari tra i più bassi. La scarsa efficienza e la scarsa produttività sono piuttosto da collegare a investimenti inferiori fatti nel nostro Paese, come a processi inferiori di innovazione. Noi ad esempio stiamo rivendicando il processo di digitalizzazione per estendere la connessione a tutto il Paese. Questa deve diventare l'occasione per rendere più efficiente la Pubblica amministrazione. E questo, in alcuni casi, significa fare assunzioni che sono bloccate da tempo, fare formazione, inserire i giovani. Insomma, serve un progetto più generale. Il rinnovo dei contratti ha questo significato: affermare che un processo di questa natura avviene attraverso il coinvolgimento e la partecipazione delle persone che lavorano, allargando i margini di autonomia, libertà e responsabilità».
 
Recovery Fund. Dice il premier Conte: se sbagliamo mandateci a casa. Ecco, a suo avviso cosa deve fare il governo per non sbagliare?
 
«Prima di tutto c'è una questione metodologica: va costituita una cabina di regia, un'agenzia per lo sviluppo che coordini questi investimenti e che coinvolga le parti sociali prima di prendere decisioni definitive. È necessario un respiro nazionale. Non possiamo avere tante politiche industriali o tanti sistemi sanitari diversi a seconda di quante siano le regioni. In quel progetto generale vanno individuate delle priorità. Penso al Mezzogiorno: non abbiamo solo il Recovery Fund, ma anche le risorse europee 2021-2027, i fondi di coesione sociale, nel frattempo potremmo utilizzare il Mes per la Sanità e anche il Sure per affrontare il nodo degli ammortizzatori sociali e della formazione sul lavoro. Insomma, la qualità delle risorse messe oggi a nostra disposizione dall'Europa per i prossimi anni è di una quantità senza precedenti e quindi abbiamo di fronte un'occasione irripetibile. Però le risorse non possono essere distribuite in mille rivoli, a pioggia fuori da un progetto nazionale».
 
Dunque il governo è partito col piede sbagliato, visto che i singoli ministeri hanno preparato una lunga lista con 557 proposte per 677 miliardi ovvero il triplo delle risorse disponibili? Non le sembra?
 
«Credo che ad avere così tanti progetti poi si corra il rischio di non averne neppure uno. Col frammentare in centinaia di progetti le risorse europee si corre il rischio di non affrontare i temi. Noi abbiamo bisogno di perseguire alcuni grandi obiettivi strategici».
 
Quali?
 
«Del resto i soldi europei sono condizionati ad alcune scelte: parliamo del rispetto dell'ambiente, della conversione ecologica con la decarbonizzazione, dell'estensione del digitale, dell'istruzione, delle infrastrutture e della mobilità. Quindi c'è bisogno di fare una discussione in cui si definiscano gli ambiti. L'obiettivo deve essere quello di superare tutti i divari: non solo tra il Nord e il Sud, ma anche tra il centro e la periferia, anche tra le aree interne e quelle costiere, penso anche al ruolo delle città. Si tratta di investire di più sui giovani, di superare la discriminazione nei confronti delle donne, di occuparci meglio degli anziani. Ancora: siamo un paese pieno di aree industriali da bonificare. È anche l'occasione per ricostruire una politica industriale. In questa visione vanno considerate prioritarie una riforma fiscale, una riforma degli ammortizzatori sociali universali, una riforma che contrasti i contratti-pirata. Tutto questo comporta delle scelte. Il nostro Paese può essere un polo logistico nevralgico per l'Europa nel Mediterraneo, ma anche culturale, turistico e storico. Assumere la mobilità come nuovo prodotto significa ripensare anche il sistema di costruzione delle città. Questo insieme di questioni comporta un cambiamento. La convinzione di fondo è che affrontare questa fase non vuol dire tornare poi alla situazione prima del virus. Il Covid ha fatto emergere alcune contraddizioni. Il nostro problema non è tornare a prima del virus, ma di cogliere questa occasione per una radicale trasformazione del nostro modello di sviluppo e ridare un ruolo allo Stato e all'intervento pubblico nell'economia che non si sostituisce alle imprese ma che svolge un ruolo di indirizzo e di tutela».
 
Per il Sud il ministro Provenzano chiede la decontribuzione. È questa la strada?
 
«È stato posto un tema, poi l'Europa dovrà dare le proprie risposte. Noi continuiamo a pensare che abbiamo già in alcuni casi avuto
esperienze, e abbiamo visto che se, ci si limita ad un intervento di questa natura, questo da solo non risolve i problemi, perché i ritardi nello sviluppo del nostro Paese non sono solo nell'ordine del costo del lavoro e degli sgravi. Se il nostro non diventa un Paese tutto connesso nel senso di rete digitale e di 5G se non c'è un'estensione del ferro, mi riferisco alle ferrovie, se non si costruiscono dei sistemi che siano in grado di supportare la mobilità comunque nella direzione di una sostenibilità ambientale non se ne viene fuori. Così come decisivo è il nodo della manutenzione del territorio, del ricilo dei rifiuti. In definitiva anche sul Mezzogiorno esiste la necessità di un progetto più complessivo: non è l'ora in cui ogni singolo territorio pensi per sé».
 
Arriveranno tanti fondi dal Recovery: vero è che lo contraiamo a tassi vantaggiosi, ma si tratta pur sempre di debito. Non è un rischio?
 
«Questo serve anche per cambiare la politica in Europa. Finora la politica fatta di austerità, che addirittura ci ha portato a introdurre in Costituzione il pareggio di bilancio ha determinato dei disastri sociali che sono sotto gli occhi di tutti. La discussione che deve essere fatta è anche finalizzata a cambiare i trattati e le politiche europee. Si è aperta una battaglia politica e sociale. D'altro canto è chiaro che la ripresa degli investimenti e del lavoro è la condizione per poter finalmente intraprendere una strada di riduzione del debito e di ripresa dell'economia del nostro Paese».

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